Lunedì, 12 Maggio 2008

Al Cinema > Torrecuso
in collaborazione con mymovies.it.

Avellino, Caserta, Benevento, Marcianise, Mercogliano, Torrecuso.



Speed Racer

Un film di Andy Wachowski, Larry Wachowski. Con Emile Hirsch, Susan Sarandon, John Goodman, Christina Ricci, Matthew Fox, Hiroyuki Sanada, Ji Hoon Jung, Richard Roundtree, Roger Allam, Benno Fürmann.
Genere Azione - USA, 2008. Durata 135 minuti circa.


Unendo computer grafica e live action, i fratelli Wachowski penetrano nel regno dei colori acid pop e dell'istinto ludico
La storia, riadattata in chiave live-action, dello spericolato Go alla guida della Match 5, una macchina da corsa piena di trucchi e gadget elettronici.
di Marianna Cappi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Speed Racer è un talento naturale dell'automobilismo; figlio di un costruttore di vetture da corsa, di una madre che al centro del salotto sfoggia il prototipo dell'auto della casa, fratello minore di Rex, morto in corsa, e maggiore di Spritle che, con l'inseparabile scimpanzè Chim-Chim, forma il tifo più entusiasta e imprevedibile che un atleta possa desiderare. Eppure il sogno di Speed è costretto ad infrangersi contro la realtà di un mondo corrotto, dove le grandi competizioni sono decise in partenza dagli sponsor multimiliardari e dove chi non si lascia comprare da un imprenditore senza scrupoli rischia di non superare mai la linea di partenza. Fedele all'azienda di famiglia e soprattutto al suo spirito appassionato e indipendente, Speed si allea con il misterioso Racer X per mettere fine agli illeciti dello sport e dimostrare quel che sa fare: vincere.
Ci vorrebbe un altro carattere di stampa per parlare di Speed Racer, ultima fatica dei fratelli Wachowski, dal sudore virtuale e dall'impatto iperreale. Unendo computer grafica e live action, i "warner bros" hanno abbandonato le atmosfere dark a metà tra sogno e incubo della trilogia di Neo per penetrare nel regno del colore, dell'esuberanza e della soddisfazione di ogni istinto ludico: il cartone animato.
Nella reinvenzione del cult di Tatuo Yoshida, in Italia noto come “Go go Mach 5”, più che sulla velocità dei bolidi o sui loro duelli acrobatici - che hanno ispirato la definizione di car-fu, il kung-fu delle quattro ruote -, la sfida che i Wachowski hanno vinto in partenza è quella della novità dell'immagine.
Dalla complessità dei livelli narrativi sincronici di Matrix si passa qui alla messa a fuoco contemporanea di tutti i piani, dal dettaglio al campo lunghissimo. La sproporzione tipica del disegno animato (e, in qualche modo, dell'arte) viene sposata come mai prima in un film di attori in carne ed ossa, per cui un sorriso può riempire lo schermo e seguire a ruota l'inquadratura di un intero skyline di grattacieli. Le regole di composizione e di successione s'ispirano solo alla fantasia e al collage di stili, con una predilezione per l'acid-pop.
La narrazione è lineare, senza piroette, scandita come un videogioco da quattro "quadri" principali, corrispondenti ai quattro circuiti su cui si lancia la Mach 5 di Emile Hirsch.
Babbo John Goodman, mamma Susan Sarandon, Christina "Trixie" Ricci e la popstar coreana Rain, nella tuta di Taejo Togokhan, più che un provino sembrano aver superato il test della trasformazione in fumetto. Persino la back-story di Racer X, coltivata nel segreto, nel sacrificio e nell'esagerazione, è ingrediente immancabile di ogni "anima" giapponese.

A Benevento: Torrecuso Village (Torrecuso)

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Notte brava a Las Vegas

Un film di Tom Vaughan. Con Cameron Diaz, Ashton Kutcher, Treat Williams, Dennis Miller, Rob Corddry, Lake Bell.
Genere Commedia - USA, 2008. Durata 99 minuti circa.


Un'irresistibile performance screwball, una guerra tra sessi senza esclusione di colpi (di fulmine)
Due giovani estranei, dopo una notte di eccessi a Las Vegas, scoprono di essersi sposati senza in realtà volerlo veramente.
di Marzia Gandolfi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Jack Fuller è uno scapolo impenitente che non finisce mai quello che comincia, Joy McNally è una bionda broker di New York che porta tutto diligentemente a termine. Lui perde il lavoro per poca applicazione, lei il futuro sposo per troppa sollecitudine. Licenziati senza troppi convenevoli, trovano rifugio e piacere a Las Vegas, dove si incontrano, si ubriacano e si sposano. Finiti gli effetti dell'alcol cercano di divorziare e di conservare tre milioni di dollari vinti da Jack con il quarto di dollaro di Joy. Peccato che un giudice tradizionalista decida per loro altrimenti: sei mesi di convivenza forzata e congelamento della vincita al Jackpot. Intraprenderanno così un periodo obbligato e "idilliaco" da marito e moglie.
Notte brava a Las Vegas è una commedia romantica perfettamente sospesa fra la verticalità dello skyline di New York e le architetture a tema di Las Vegas. La commedia della nuova Hollywood, dopo aver sdoganato, consumato e perduto ogni segreto dei corpi, sembra trovare nella "notte brava" di Cameron Diaz e Ashton Kutcher i tempi giusti e l'energia erotica necessaria a sostenere l'arte dell'allusione. Questa volta la posta cruciale non è né il sesso, né il piacere, ma il matrimonio, o meglio il ri-matrimonio. Perché Jack e Joy si sono già sposati a Las Vegas per eccesso di alcol, di ormoni e di leggerezza (probabilmente generazionale).
Costretti a una sei mesi di formazione sentimentale, che guarda con nostalgia alla "notte" di Frank Capra, la coppia Kutcher/Diaz darà corpo e vita ad un'irresistibile ed inesausta performance screwball, una guerra tra sessi e tra due individualità menomate. A Joy manca la capacità di abbandonarsi, a Jack la capacità di trattenere. Lei conserva il posto di lavoro e l'anello di una promessa d'amore infranta, lui lascia andare il lavoro e qualsiasi promessa di amore eterno. Sposandosi a Las Vegas e divorziando a New York recupereranno il "senso" mancante e la pienezza dei sensi, evolvendo fino a scoprirsi innamorati. Dalla città al grado zero dell'urbanità, della architettura e della cultura si sposteranno nella città della socialità, dell'arte e del pensiero. Lo spazio urbano non offre perciò soltanto un climax sentimentale ma accompagna e traduce, amplificata e allargata, la storia d'amore di Jack e Joy: la commedia del matrimonio celebrato in un simulacro urbano contro una città che, come l'amore, ha bisogno di essere vissuta e consumata quotidianamente per essere realmente compresa.
Cameron Diaz è al solito abilissima ad alzare i toni quando occorre e Ashton Kutcher lo è altrettanto a contenerla.

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Mongol

Un film di Sergej Bodrov. Con Tadanobu Asano, Honglei Sun, Khulan Chuluun, Odnyam Odsuren, Aliya, Ba Sen.
Genere Storico - Kazakhistan, Russia, Germania, 2007. Durata 120 minuti circa.


Un'epopea storica che ricostruisce realisticamente la vita del sanguinario Gengis Khan
Nelle distese desolate dell'Asia, nei territori della Mongolia, ha vissuto e lottato uno dei condottieri più spietati e cruenti che siano mai esistiti: Genghis Khan.
di Pierpaolo Simone


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Lontano nel tempo, lontano nello spazio. Nelle distese desolate dell'Asia, nei territori della Mongolia, ha vissuto e lottato uno dei condottieri più spietati e cruenti che siano mai esistiti: Genghis Khan, colui che ha conquistato - a partire dal 1200 - enormi territori, creando uno degli imperi più vasti che la storia ricordi.
Il premio Oscar Sergei Bodrov (Il prigioniero del Caucaso), uno dei più apprezzati registi russi contemporanei, mette in scena un'epopea storica che ricostruisce la nascita del guerriero Temugin, consegnato alla storia come il sanguinario Khan (condottiero) dell'impero mongolo, ritraendolo dalla nascita e riportando le varie tappe di una vita di stenti e umiliazioni, fino alla battaglia che lo lanciò definitivamente verso la costruzione del suo sconfinato impero. Nato nel 1162, il piccolo Temugin subisce soprusi e angherie da parte delle fazioni rivali, assiste alla morte del genitore e rischia a sua volta di rimanere ucciso. Privato della moglie bambina – scelta quando era poco più di un fanciullo – la avrà accanto per tutta la vita, lottando contro tutto e tutti pur di tenerla al proprio fianco. Girato nei veri luoghi che nei secoli scorsi hanno ospitato l'impero (spesso raggiungibili dopo ben quindici ore di viaggio dai centri abitati più vicini), obiettivo di Bodrov è quello di restituire alle cronache un personaggio diverso dal sanguinario conquistatore dipinto sui libri di storia, delineandone caparbietà e temerarietà nell'affrontare la vita e il nemico.
Un kolossal di due ore con scene cruente a base di digitale e luce naturale (creando un effetto realistico davvero impressionante), un film che punta sui sentimenti e sulle battaglie all'ultimo sangue, trascurando forse qualche dettaglio storicamente rilevante o magari contraendo il tempo con delle ellissi troppo accentuate. Ma Mongol è e resta un bell'affresco, una pagina di buon cinema che ricorda un passato remoto in cui un condottiero di nome Genghis Khan, è entrato nella storia.

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Saw IV

Un film di Darren Lynn Bousman. Con Tobin Bell, Scott Patterson, Betsy Russell, Costas Mandylor, Lyriq Bent, Justin Louis, Athena Karkanis, Simon Reynolds, Mike Realba.
Genere Horror - USA, 2007. Durata 94 minuti circa.


Congegni improbabili e violenza esibita in una vertigine nauseante dello sguardo
Durante l'autopsia di Jigsaw viene scoperta un'altra cassettina. Altre persone sono cadute nella micidiale trappola dell'assassino. Il gioco è ricominciato…
di Matteo Treleani


Consigliato: No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

La morte dell'assassino, Jigsaw, non dà fine alla sequenza di omicidi. Ad attendere lo spettatore, nel quarto episodio di Saw, una nuova serie di marchingegni infernali, azionati di volta in volta dalle stesse vittime, in una catena diabolica che trasforma i buoni in mostri.
Alla regia ancora lo sperimentato Darren Lynn Bousman (l'ideatore, James Wan, era alle prese con l'inutile mitizzazione del bambolotto per ventriloqui in Dead Silence). Svuotato di ogni novità, persa nella ripetizione esasperata, di Saw resta la potenza della macchina, l'idea di un congegno sadico che costringe la vittima a uccidere per salvarsi. Almeno nel caso meno contorto. In altri deve ferirsi gravemente o persino mutilarsi. Con il quarto episodio in meno di quattro anni, mentre la rete impazza di fan, Saw sprofonda nel gore più perverso e fin dall'inizio mostra un'autopsia nei minimi dettagli. Sorta di dichiarazione d'intenti, posta in apertura, che fa dell'esibizione del macello del corpo il suo tema portante. La macchina da presa non gioca sul vedere/non vedere, su cui gran parte del cinema horror ha basato gli effetti di tensione: in Saw si mostra tutto, dando una sorta di vertigine nauseante dello sguardo, non solo per il contenuto delle sequenze, ma per il modo, ossessivo, in cui la violenza è presentata. Ora, se Saw non ha contenuti pornografici, mette però in scena una pornografia della visione, ne usa gli stessi procedimenti, amplificando ed estetizzando la violenza.
Di esempi simili, nei media, ce ne sono fin troppi, e, come Saw IV, non andrebbero classificati nel genere horror pur facendo orrore. Poco importa che a differenza di molte immagini che circolano sui canali tradizionali, l'orrore di Saw IV non sia reale. L'effetto di senso produce lo stesso risultato: pornografico nel modo di rappresentazione messo in atto. Saw non fa paura. Anzi, fa quasi ridere, i congegni sono improbabili, al punto da far pensare a una parodia. Agisce non sui sensi (se non vogliamo parlare dello stomaco) ma sulle perversioni. Come la pornografia Saw non ha significato al di là dell'immagine mostrata. Si ferma alla gratuità della violenza che esibisce e alla sua natura di prodotto commerciale. Come la pornografia, d'altronde, anche Saw ha successo.

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Iron Man

Un film di Jon Favreau. Con Robert Downey Jr., Terrence Howard, Jeff Bridges, Shaun Toub, Gwyneth Paltrow.
Genere Azione - USA, 2008. Durata 126 minuti circa.


Robert Downey jr. dona con glamour la doppia identità al supereroe dal cuore artificiale e l'alter ego metallico
Uno scienziato milionario dalla personalità tormentata subisce un grave incidente. Per riuscire a sopravvivere inventa una speciale tuta che gli conferisce incredibili poteri per combattere il male.
di Marzia Gandolfi


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Anthony Stark è un inventore geniale e miliardario col vizio delle donne (tante) e delle attività filantropiche. Ereditato patrimonio e ingegno dal padre scomparso in un incidente d'auto, Tony (per amici e amichette) conduce e amministra le Industrie Stark, produttrici e prime fornitrici di armi per il governo americano. Durante un test in medioriente, per verificare l'efficienza di un'arma sperimentale, viene catturato da un gruppo di estremisti. Ferito al cuore da una scheggia è soccorso e curato da Yinsen, un fisico esperto di cibernetica che gli applica un organo artificiale. Obbligato dai guerriglieri a costruire un'arma invincibile per la loro causa, Tony progetta in segreto un'armatura per fuggire alla prigionia. Rientrato negli Stati Uniti è deciso a cambiare vita, a riparare alle ingiustizie e a "industriarsi" a favore dei più deboli. Perfezionata l'armatura con la tecnologia avanzata diventa Iron Man, un (super)eroe "umano, troppo umano".
Fumetto e cinema nascono insieme più di un secolo fa e si spiano da subito. Due linguaggi con origini diverse e identità distinte che pure hanno saputo dialogare intensamente: confrontandosi, convivendo, divorziando, riconciliandosi e riconfigurando le reciproche estetiche. L'Iron Man di Jon Favreu, nell'intensa economia di scambio tra fumetto e cinema, realizza un enorme salto di qualità, dimostrando la reciprocità produttiva dei due linguaggi, che nell'ultimo decennio si era spinta in direzione di un'autentica cannibalizzazione.
L'archivio "eroico" della Marvel è diventato un vero e proprio laboratorio per la creazione, anche se non sempre riuscita e puntuale, di nuovi modelli estetico-narrativi dell'industria cinematografica, come dimostra l'insistita trasposizione sullo schermo di un esteso repertorio dei loro personaggi: da Spider Man agli X-Men, dai Fantastici Quattro ad Iron Man, e per continuare nel futuro prossimo con Hulk e Capitan America.
Creato da Stan Lee, Don Heck e Jack Kirby nel 1963 per la rivista "Tales of Suspense", Iron Man è un eroe conservatore che ieri ha "armato" il Vietnam ed oggi "attrezza" l'intervento afgano. Come Batman è orfano di padre e madre, come Batman si ritrova sul tetto di casa vestito da eroe mascherato (e non da supereroe) contro una luna rotonda, come Bruce Wayne è industriale multimiliardario, playboy incallito e filantropo svagato. Le affinità terminano qui, perché Tony Stark e il suo alter ego metallico sono tutt'altro che rabbuiati, non hanno paura di cadere (ci si può sempre rialzare), non hanno paura di sbagliare.
Iron Man è l'esoscheletro (quasi) invincibile di un reduce che ha deciso di risarcire il mondo. Jon Favreu, subito dopo i titoli di testa, gira la scena originaria, quella che origina il film e dà origine all'eroe. Come tutti i suoi compagni di supervite e superavventure, Tony Stark ha subito un incidente e una perdita traumatica (quella del cuore). Di questa scena primaria la caverna dei ribelli è lo scenario, il luogo in cui avviene l'esperienza dello smarrimento, il processo di apprendimento dell'uomo e la conversione nell'eroe.
Dopo essere stato un disegno animato in A Scanner Darkly, Robert Downey Jr. torna a recitare con sfondi agitati, indossando un'armatura, sviluppando una doppia identità e combattendo il supervillain di Jeff Bridges. Soltanto la sua performance glamour (e "in carne e ossa") poteva trovare l'equivalente plastico-dinamico del personaggio disegnato su carta, restituendone l'aura ed eliminando la seccatura del ridicolo, che si ripresenta a ogni traduzione del fumetto al cinema.

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L'altra donna del Re

Un film di Justin Chadwick. Con Natalie Portman, Scarlett Johansson, Eric Bana, David Morrissey, Kristin Scott Thomas, Mark Rylance, Jim Sturgess.
Genere Drammatico - Gran Bretagna, 2008. Durata 115 minuti circa.


Un film romanzesco di ambito familiar-dinastico dal buon impatto visivo
La storia di due sorelle, Mary e Anne Boleyn, e dei loro rapporti con il re Enco VIII d'Inghilterra, che fu mante della prima ma ripudiò la moglie Caterina d'Aragona per sposare la seconda.
di Giancarlo Zappoli


Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Enrico VIII regna sull'Inghilterra e desidera un figlio maschio che la moglie, Caterina di Aragona, non sembra essere in grado di dargli. Sir Thomas Boleyn (Bolena per noi italiani) vede nella figlia Anna una potenziale attrattiva per il re che va colta nel momento in cui costui verrà ospitato in casa per una battuta di caccia. Le cose non vanno come l'uomo vorrebbe perchè Enrico viene attratto dall'altra figlia dei Boleyn, Mary, che farà sua amante e da cui avrà un figlio. Ma, nel frattempo, Anna (temporaneamente inviata presso la corte di Francia) ha fatto ritorno in Patria ed appare al re sotto una luce diversa. Riuscirà a farla divenire sua moglie ripudiando Caterina e imponendo lo strappo con la Chiesa Cattolica che porterà alla formazione della Chiesa Anglicana. Ma anche questa sarà una relazione tormentata.
Prendete un regista che si è fatto le ossa in numerose serie televisive e mettetegli a disposizione un trio formato da Bana, Portman e Johansson. Offritegli poi una costumista (Sandy Powell) con 2 Oscar sullo scaffale (Shakespeare in Love e The Aviator, degli interni di forte impatto visivo e un libro di successo (di Philippa Gregory) a cui ispirare la sceneggiatura e il gioco è fatto.
L'altra donna del Re interviene in modo romanzesco sul dato storico offrendo due ore circa di onesto spettacolo da fruire prima in sala e poi assolutamente godibile sullo schermo televisivo così come lo sono state le varie 'Elizabeth' che lo hanno affollato in questi ultimi anni. Nulla di straordinario dunque ma neppure di mediocre come una critica supponente potrebbe suggerire. Il cinema è (e deve essere) anche entertainment. Questo, con i suoi colpi di scena in ambito familiar-dinastico, assolve al compito.

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The Hunting Party

Un film di Richard Shepard. Con Richard Gere, Terrence Howard, Jesse Eisenberg, James Brolin, Ljubomir Kerekeš, Kristina Krepela, Diane Kruger.
Genere Azione - USA, Croazia, Bosnia-Herzegovina, 2007. Durata 103 minuti circa.


Un filmone hollywodiano di solido impianto che avvince e si difende malgrado qualche scivolone
In tre alla ricerca di un criminale di guerra efferato in Bosnia. Iniziano le loro indagini, ma quanto più si avvicinano alla verità tanto più le loro vite vengono messe in grave pericolo.
di Paola De Rosa


Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Un famoso e spregiudicato giornalista di guerra e il suo cameraman hanno condiviso una bella fetta di lavoro e di vita fra le trincee di mezzo mondo. Ma il conflitto jugoslavo travolge le loro vite. Sconvolto dalle atrocità a cui ha assistito e dalla morte della donna che amava, trucidata nel suo villaggio bosniaco, Gere perde il controllo in diretta tv e si gioca la carriera. Mentre lui continua a rischiare la pelle girando le zone di guerra da free lance, il compagno di un tempo si imborghesisce e fa carriera al seguito di un famoso anchor man. Ma quando Gere concepisce il folle progetto di catturare un criminale di guerra bosniaco che né Nato né Onu sembrano avere interesse a stanare, le loro strade si ricongiungono.
Ispirato a un fatto di cronaca (tre reporter americani che si misero sulle tracce del criminale di guerra Karadzic nel 2000, cinque anni dopo la fine del conflitto), The Hunting Party è un filmone hollywodiano di solido impianto che avvince e si difende malgrado qualche scivolone. La morale giustizialista incorporata ai film a stelle e strisce risulta irritante e il rancore privato del protagonista banalizza le motivazioni dell'impresa trasformandola nell'ennesima vendetta personale anziché nel colpo di coda di un reporter che non sa vivere in altro modo. Ma va detto che la psicologia contorta dell'inviato di guerra, quel miscuglio di adrenalina, incoscienza e folle razionalità, emerge con una limpidezza che non ci si aspetterebbe da un prodotto così spettacolare.
E un volutamente dimesso Richard Gere, pur tra qualche vezzo e primo piano di troppo, sa infondere al suo personaggio disillusione e ribalderia: ebbene sì, da un ex bellissimo icona degli anni Ottanta è nato ormai un attore bravo e versatile.

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La seconda volta non si scorda mai

Un film di Francesco Ranieri Martinotti. Con Alessandro Siani, Elisabetta Canalis, Marco Messeri, Francesco Albanese, Enzo De Caro, Miriam Candurro, Niccolò Senni, Fiorenza Marchegiani, Clara Bindi, Sergio Solli, Paolo Ruffini.
Genere Commedia - Italia, 2007. Durata 100 minuti circa.


Commedia sentimentale e convenzionale all'ombra del Vesuvio e della tradizione napoletana
Giulio, giovane agente immobiliare di successo, rivede Ilaria, la sorella di un suo ex compagno di classe che non vedeva da tempo. E si illude che lei abbia un interesse per lui…
di Marzia Gandolfi


Consigliato: No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari

Giulio Terracciano è un trentenne apatico, impiegato part-time in un'agenzia immobiliare. Durante una rimpatriata tra vecchi compagni di scuola ritrova Ilaria Fiorito, la bella sorella di un amico. Invaghitosi nel tempo breve di uno sguardo, scopre che la giovane donna è sentimentalmente impegnata con Alberto Ridolfi, un ricco e prestigioso avvocato penalista. Il suo amore avrà la meglio sulle resistenze di Ilaria che capitolerà davanti al mare di Napoli.
La comicità cinematografica italiana nei migliori casi è umorismo, nei peggiori ridicolaggine. Il basso livello deriva da vari fattori. Il primo potrebbe essere l'involgarimento generale e progressivo del Paese. Non è il caso di Alessandro Siani, misuratissimo anche nei triviali cinepanettoni. C'è poi un secondo aspetto: la mancanza di mestiere, e anche questo non difetta al giovane attore napoletano. Il limite della commedia sentimentale, scritta da Siani e diretta da Ranieri Martinotti, sta piuttosto in una terza ragione: da diversi anni il cinema invece di produrre e reinventare non fa altro che sfruttare fino all'esaurimento un filone o un genere e frequentare, per riproporre senza limiti, la Tradizione.
La commedia leggera leggera di Siani fa leva sulla ripetizione, sull'accumulo, sull'enumerazione dei clichè e sulle fissazioni degli italiani (napoletani, milanesi, aretini). La seconda volta non si scorda mai riproduce una convenzionale quotidianità e ride della discreta simpatia e dei leggeri impedimenti che si frappongono alla realizzazione e al trionfo di un eroe piccolo piccolo, che contempla il desiderio di essere moderatamente felice.
In questa direzione il vero trucco del mestiere comico è naturalmente il ricorso alla "napoletanità", all'impasto fra dramma personale ed ambiente pittoresco e alla drammaturgia del disincanto sofferente (quello di Viviani, De Filippo e Troisi). Perché si sa, Napoli nell'immaginario collettivo è la patria di lazzi esilaranti, di frasi che ritornano, di minuscoli qui pro quo. Ancora una volta si ride di una convenzione. Si ride di, non con. Nella "seconda volta" di Siani non c'è alcun filtro interpretativo del mondo, non c'è un atteggiamento preciso nei confronti della vita o una prospettiva morale, c'è piuttosto la superficialità e l'incapacità di scendere dentro le cose. Così basta un bel "Maronna 'o Carmine" per scatenare la risata. Quella che seppellisce e non anticipa né sorprende mai la realtà.

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Solo un bacio per favore

Un film di Emmanuel Mouret. Con Virginie Ledoyen, Stefano Accorsi, Emmanuel Mouret, Julie Gayet, Michaël Cohen, Frédérique Bel, Mélanie Maudran.
Genere Sentimentale - Francia, 2007. Durata 97 minuti circa.


L'operetta morale e sentimentale di Mouret non perde mai interesse per quel bacio rimandato per 97 minuti
Emilie e Gabriel si incontrano per caso e si piacciono. Subito. Molto. Cenano insieme e proseguono, morigerati, la serata in camera di Emilie, in viaggio per lavoro.
di Marzia Gandolfi


Emilie e Gabriel si incontrano per caso e si piacciono. Subito. Molto. Cenano insieme e proseguono, morigerati, la serata in camera di Emilie, in viaggio per lavoro. Gabriel vorrebbe congedarsi con un bacio che Emilie gli nega. Perché? Perché un bacio può scatenare reazioni a catena e conseguenze imprevedibili. È stato così per Nicolas e Judith, i protagonisti amanti della storia di Emilie. La testimonianza della liasion dangereus chiarisce a Gabriel il rifiuto della donna ma non spegne il desiderio di baciarla.
Che cos'è un bacio? Possiamo intanto dire cosa non è per il regista francese, Emmanuel Mouret: non è "un apostrofo rosa fra le parole t'amo", non è un gesto che mette in moto trentaquattro muscoli e provoca, se appassionato, fino a centoventi battiti al minuto, non è un segno affettivo. È invece un fattore chimico scatenante, in particolare se si tratta del primo. Emilie, come ogni donna, è consapevole della sua importanza per interpretare la compatibilità con Gabriel. Un bacio dato bene la convincerà ad approfondire la relazione, un bacio insoddisfacente la scoraggerà.
L'"operetta morale" e sentimentale di Mouret non perde mai interesse per quel bacio sospeso e rimandato per novantasette minuti, che trasmette agli amanti in potenza una serie di importanti informazioni sulle quali il film si interrompe. Se le conseguenze del bacio della coppia raccontata da Emilie a Gabriel sono esposte e confessate, l'effetto dello scambio chimico e romantico tra i due protagonisti indugia sul volto della donna nel lungo primo piano dell'epilogo.
La lettura di Emilie ci resta ignota, la scelta di unirsi romanticamente a Gabriel pure. Le sollecitazioni chimiche dell'atto romantico rimangono frustrate per lo spettatore, libero di concludere il percorso narrativo degli amanti: lasciare Emilie inchiodata in primo piano o affrancarla dalla strategia femminile e proiettarla lungo il corridoio dell'albergo a cominciare l'amore.
La raffinata misura dei mezzi espressivi dello stile francese incontra i gesti inquieti e gli sguardi febbrili di Stefano Accorsi, marito italiano e tradito di Judith, che abbandona l'espressione (quasi sempre) enfatizzata ed esasperata dello stile nazionale.

A Benevento: Torrecuso Village (Torrecuso)

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